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Monday, 19 September 2016

Ho ballato. Con mio padre.

Sono ormai 4 anni che mio padre se ne e' andato.
Il mio cervello dovrebbe aver elaborato il lutto, la mia testa dovrebbe aver modulato il ricordo ma forse non e' cosi'. Mi capita cosi', a volte, di vederlo, di sognarlo, di sentire la sua mano poggiata sulla mia spalla, e di sentire la sua voce. E succede che una notte, una notte particolare ma come tante, mi appare in sogno. In uno di quei sogni a colori, con sceneggiatura cinematografica, che mi capita di fare di tanto in tanto.

Lavoriamo nella stessa azienda. Io nel centro di controllo, addetto al supporto remoto di macchine linux, e lui al piano superiore, amministratore delegato, uno di quegli esseri intoccabili che, visti da fuori, non presentano difetti se non quello di essere al top. Sono giorni che non lo sento, ma per sentire la sua voce, per comunicare con lui, sembra che il mio telefono, quello solito, non sia quello giusto. Ne devo prendere uno vecchio, un nokia 3310, hackerarlo, inserire la sim, e per qualche motivo, lavorare di saldatore e forbice. Riesco ad inserire la sim, gli telefono, ma il numero sembra irraggiungibile.

Il mio shift doveva ancora cominciare. Prendo l'ascensore e arrivo in soffitta. Un ufficio tutto con pareti di vetro, vista sulla città e adiacente al suo ufficio una sala convegni. Lo cerco con lo sguardo ma non lo trovo. Finalmente lo vedo. Era seduto su una piccola sedia, triste, con lo sguardo di quando era malato. Gli domando perche'. Vogliono farmi fuori mi dice. Come mai gli domando... ma lui non risponde. A quel punto il mio orologio si blocca e torna indietro. Lo do in mano ad una delle sue collaboratrici che si occupa di aggiustarlo. Ma con la coda dell'occhio vedo che sta facendo qualcosa di strano... sta tagliando le lancette. Ma non ci faccio caso.

Papa' appare uguale a me. Stessa statura, stesso modo di interfacciarsi col mondo.

E mentre penso che sono diventato mio padre, nella hall intona una canzone, una di quelle canzoni di Battiato che io e papa' eravamo soliti ballare insieme. Lo sguardo di papa' cambia, lo rivedo giovane. E cominciamo a ballare, forte, forte, piu' forte che possiamo. La gente guarda, ma non ci importa. Mi prende la mano, e allora mi accorgo di essere un bambino, non un adulto, che guarda suo padre dal basso verso l'alto. Non sono alto come lui. E' lui che mi innalza. E cosi' balliamo, balliamo fino a stancarci. Sono felice, sereno. Guardo fra il pubblico e vedo una amica che mi guarda, sorride, e mi dice "vai avanti".

Il mio orologio e' stato finalmente riparato, cosi' ne riprendo possesso.

Sono in ritardo per il lavoro. Abbraccio papa' stretto, come avendo paura di perderlo, prendo l'ascensore e scendo. Vedo donnicciole indaffarate, che sgambettano da un corridoio all'altro. Mi reco da una di loro, le spiego che il mio orologio si era fermato. La vedo irritarsi, brusca, senza nessuna umanità'. A quel punto esclamo "Signorina, io qui arrivo sempre un'ora prima. Se non ha niente di intelligente da dire mi lasci andare, che ho un lavoro da fare"

Si, ho un lavoro da fare: ballare ancora una volta con mio padre.